Cerca
giovedì 23 febbraio 2012 ..:: Il Monumento Vivente degli Alpini ::..   Login
NIKOLAJEWKA ONLUS - La Struttura
 Fondazione

  

 Fondazione Scuola Nikolajewka ONLUS - Il Monumento Vivente

IL “MONUMENTO VIVENTE”

DEGLI ALPINI

 

L’attuale Cooperativa Sociale Nikolajewka, nata nel 1978 nell’ambiente del “Consorzio Centri di Rieducazione Motoria  - Spastici e Miodistrofici”, succeduto al Centro Spastici “Federico Palazzoli”, ebbe la sua prima sede in locali del Consorzio. La sua ragione sociale era allora Cooperativa Scuola di Mestieri per Spastici e Miodistrofici. Nel 1981, dopo il forzato passaggio di tutta la struttura del Consorzio all’USSL N. 18, la Cooperativa intendeva dotarsi di una propria sede ed a questo scopo, finanziata da una donazione di cinquanta milioni di Beppe Frau, acquistò un’area adiacente al “Centro Spastici”. Ferveva in quell’anno l’opera di progettazione ma gli amministratori erano consapevoli che solo con eccezionali, quasi magiche, intraprese avrebbero potuto realizzare una sede appropriata alle necessità della Cooperativa

 

La fata apparve nelle forme della gente sana e rude delle valli, dei montanari, avvezzi alle poche parole e alla concretezza dei fatti. Gli Alpini sono un corpo militare speciale. È il corpo più unito e più omogeneo, capace di grande coesione anche a distanza di quasi sessant'anni dall'ultima esperienza bellica. L'associazione che ne aggrega i militari in congedo (Associazione nazionale Alpini, Ana) è la più attiva e la più partecipata del Paese, dotata di una persistente energia, che mantiene vivo, anche solo attraverso i raduni nazionali, lo spi­rito di corpo. Le sezioni locali sono diffusissime, soprattutto nelle regioni che si trovano ai piedi delle Alpi, dal Piemonte al Friuli. L'omogeneità cameratesca è dovuta, soprattutto, alla continuità ambientale, culturale e psicologica che gli Alpini hanno sempre trovato fra la loro vita normale e la loro esperienza militare, sia bellica che, semplicemente, nella transitoria fase del servizio di leva. Le caratteristiche, le virtù e i vizi della vita del montanaro sono sempre fluidamente confluiti nella vita dell'Alpino, compreso anche il riconoscimento della gerarchia, che nella vita di montagna, come in quella di mare, non ha bisogno di attendere la condizione militare per essere accettata e rispettata, poiché l'esperienza degli anziani è fonte di sicurezza e di vitale insegnamento e la severità e il rispetto delle responsabilità individuali prestabilite sono essenziali per il successo delle azioni di gruppo. Dalla vita di montagna si travasarono nel corpo degli Alpini l'anima popolare e rustica, la familiarità con gli animali, primi fra tutti i muli, il carattere taciturno ed essenziale, ma pronto agli scoppi di gioia, per le poche vittorie sulla durezza delle cose, in un brindisi di buon vino rosso e in un canto corale, che non riesce però a staccarsi dalle melodie malinconiche, cadenzate sul passo lento di chi sale la montagna e risuonanti degli stessi echi polifonici che rimbalzano nelle strette valli, fra le pareti pietrose. La dura vita di montagna, con i suoi capitoli della roccia e della neve, ma anche solo con quelli degli alpeggi e delle notti in baita, non ha mai fatto sconti a chi non rispettasse queste leggi. Le scarpe grosse il cervello fino si sono sempre abbinati alla sobrietà dei modi e persino alla ruvidezza, come chi, educato alla frugalità e al sacrificio, è disposto a concedere molto poco a se stesso. Ma la gente di montagna, sul cui carattere si è formato quello generale dei Bresciani, sa anche che la solidarietà è essenziale, per un dovere reciproco che è anche tornaconto personale. Poteva non essere facile prevedere che dei guerrieri, professionisti dell'assalto e dell'uccisione del nemico, potessero, in tempo di pace, emergere per generosità filantropica, per dedizione generosa al solo bene altrui, Terminata la generosità, intimamente radicata e motivata, della battaglia, della dedizione eroica per la conquista e per la difesa della patria, così epicamente brillata sull'Adamello, sulle Tofane e sull'Ortigara, nella prima Guerra mondiale, che divorò 39.000 Alpini, e in Albania, Grecia e Russia, nella seconda Guerra mondiale, lo slancio era stato tutto travasato in quella solidarietà che era al fondo dei loro comportamenti. La solidarietà degli Alpini nei confronti dei compatrioti e dei commilitoni in tempo di guerra divenne altruismo e protezione per i deboli e per i sofferenti in tempo di pace. Incisa nella carne e nel cuore la memoria e la celebrazione delle grandi imprese, era nell'azione austera e altruistica che gli Alpini in congedo avevano portato la loro ammirevole partecipazione. Gli Alpini in servizio erano da sempre intervenuti, con azioni di soccorso, dopo disastri che avevano sconvolto la vita civile. Era successo dopo il crollo della diga della VaI di Gleno, nel Bresciano, negli anni Venti del Novecento, e si ripeté nella tragedia del Vajont, nel 1963.

Ma la singolarità stava nell'intervento degli Alpini ormai congedati e riuniti in quell'associazione, che, fondata all'indomani della fine della Grande guerra, nel luglio del 1919, si era arricchita della sua emanazione bresciana già nel novembre dell'anno successivo, Uno degli slanci connaturati all'indole alpina è legato al piacere del fare, anche manualmente, come usano i montanari, che devono saper tagliare la legna e intagliarsi il bastone, costruire la baita e rifare il ponticello sul torrente. Come ricorda Ferruccio Panazza, già presidente dell' Ana di Brescia e reduce della battaglia di Nikolajewka, gli Alpini furono da sempre costruttori, Ancora si vedono i resti di quella catena di manufatti che essi elevarono sull' Adamello o sulle Tofane. Sul Don, egli ricorda, in due mesi gli Alpini costruirono una vera città sotterranea.

Avvenne che, nel 1945, il celebre Ponte di Bassano, celebrato anche in una nota canzone, fosse completamente distrutto dalle truppe tedesche in ritirata. Bassano del Grappa è una bella cittadina veneta, sulle rive del Brenta, al cospetto di quell'Altipiano dei sette Comuni che vide svolgersi una tremenda stagione della prima Guerra mondiale, nella quale si incastona la nobilissima avventura della Quarta armata e degli Alpini, sul Monte Grappa. Nel 1948 gli Alpini, insieme ad altre forze, decisero che l'avrebbero ricostruito loro, quel ponte della loro storia, in quella Bassano nella quale svetta il monumento al generale Giardino, che scruta ancora quelle vicine montagne sulle quali i suoi soldati difesero e formarono l'Italia. Nel 1948 il ponte era ricostruito.

Nel 1976 il terremoto squassò il Friuli e gli Alpini in divisa furono i primi ad accorrere, chiamando idealmente i vèci dell' Ana, che risposero subito al cenno di reclutamento. Il presidente nazionale, Franco Bertagnolli, chiamò i suoi ex soldati alla costruzione di undici campi di soccorso nelle zone terremotate. Fu anche dalle elaborazioni concordate del Bertagnolli e del governo che nacque il primo germe della protezione civile in Italia. Bresciani e Bergamaschi si insediarono presso quello che restava di Gemona. Anche qui, oltre che a Buia, in aggiunta ad ogni altro tipo di aiuto, gli Alpini lombardi si dedicarono soprattutto al problema edilizio di quei luoghi martoriati, demolendo e ricostruendo, con le proprie mani e con un'intelligenza tecnica rapidamente messa a punto, nonostante lo scetticismo di molti. Eguale affermazione di volontà altruistica si sarebbe manifestata, nel novembre del 1980, dopo il terremoto dell'Irpinia, specialmente, per i Bresciani, a Solofra. Nell'uno e nell'altro caso il "Giornale di Brescia", con il suo direttore amministrativo, l'Alpino Silvio Pelizzari, fu promotore di un'ampia raccolta di fondi fra i lettori ed esso stesso fu benefattore a

sostegno di quelle imprese.

Nel 1974, proprio i fratelli bergamaschi, avevano deciso di darsi ad un'impresa simile, nella loro terra. Costituendo un precedente molto simile al caso bresciano, gli Alpini bergamaschi decisero di costruire una casa per bambini miodistrofici, poliomielitici e spastici a Endine Gaiano, sia per residenza che per soggiorni diurni. Sull'area di una vecchia caserma dei Carabinieri, che fu demolita, venne costruita, con le mani di un generoso stuolo di Alpini, la casa che fu inaugurata nel 1977. Sembrava un caso isolato, ma così non fu.

 

Brescia ricordava ogni anno, in gennaio, con mestizia e con orgoglio, la tragedia della campagna di Russia e, in particolare, la battaglia di Nikolajewka, svoltasi il 26 gennaio del 1943, alla fine di un sanguinoso calvario, iniziato sul Don una decina di giorni prima, e trecento chilometri prima, fra i venti e i quaranta sotto zero. L'operazione Piccolo Saturno, dei Russi, aveva iniziato lo stritolamento dei 230.000 uomini dell'Ottava Armata, di Csir e Armir. In quel massacro, verso un'insperata ed estrema via di scampo per una minoranza, a Livenka Nikolajewka, decine di migliaia soldati italiani, ma anche tedeschi, chiusi in una sacca che sembrava già una fossa comune, con un impeto fatto di disperazione e di esplosione delle ultime, esauste risorse, riuscirono a sfondare l'accerchiamento russo e ad aprire una breccia che consentì ad una massa stremata di tentare di riavviarsi verso casa. Nella steppa, dal Don a Nikolajewka, oltre i fanti della divisione "Vicenza", erano scomparsi, morti o dispersi, 34.000 Alpini, facenti parte delle divisioni Julia, Cuneense e Tridentina. Soprattutto quest'ultima comprendeva una folta schiera di Bresciani, come testimoniavano i nomi di alcuni suoi battaglioni, Val Chiese, Edolo, Vobamo, e del gruppo Val Camonica. Si parla di un 40% dell'intera divisione costituito da Bresciani, circa 16-18.000 uomini. In quella tragica pianura erano stati il presidente dell' Aias di Brescia, Albino De Tavonatti, il presidente della sezione di Brescia dell' Ana, Ferruccio Panazza, e Sam Quilleri, che era stato presidente dell'Uildm. Silvio Pelizzari, anch'egli Alpino, benché non a Nikolajewka, ma vi era stato il fratello, fu compagno, nelle Fiamme Verdi della Resistenza, di Romolo Ragnoli, anch'egli reduce di Nikolajewka. Tutti si erano stretti attorno al genera1e Luigi Reverberi, medaglia d'oro, comandante della divisione Tridentina, che, nella truce giornata di Nikolajewka, quando la massa biblica degli Italiani sbandava, ormai prossima al crollo, in piedi su di un carro armato superstite, che consumava gli ultimi litri di benzina disponibile, gridò quel "Tridentina, avanti!" che scosse le ultime corde del cuore e vinse la durezza di un destino che sembrava ormai segnato.

 

Insomma, quella battaglia, univa gli Alpini, e gli Alpini di Brescia in modo particolare, tanto da costituire motivo di eterna emozione e di fermento per le migliori virtù della loro anima. Le prime riunioni della memoria, informali, fra reduci, datavano dal 1946, ma la celebrazione della battaglia e della tragedia di Nikolajewka, che vedeva convergere Alpini da tutta Italia, era stata ufficializzata nel 1948, e da allora non fu mai trascurata. Nel 1983 sarebbe ricorso il quarantesimo anniversario di quell'evento e gli Alpini bresciani intendevano celebrare la ricorrenza con un segno importante: con l'erezione di un monumento. Tanti ne erano stati creati, come mille erano le chiesette nei boschi e sulle vette, a ricordare il dolore, l'eroismo e la pietà degli uomini e dei soldati. Quel tipo di monumenti appariva, però, appannato nella sua valenza e si voleva trovare qualcosa di più vivo. Nel dicembre del 1981, la sezione di Brescia dell' Ana, una delle tre esistenti nella provincia, con 11.000 iscritti, nominò una commissione che esaminasse la questione. Era composta da Franco Benedini, Carlo Cocchetti, Silvano Consoli, Pierino Gabrieli, Battista Pescatori, Franco Pezzi e Alessandro Rossi. Si ipotizzava di donare un rene artificiale all'Ospedale Civile di Brescia. Poi ci si ripromise di donare un' auto lettiga superattrezzata per la rianimazione cardiaca o un apparecchio per operazioni ematologiche, oppure attrezzature per neurochirurgia. Ma tutto appariva, importante sì, ma destinato ad una vita effimera, considerata la rapida obsolescenza delle apparecchiature di moderna tecnologia. L'esatto contrario di ciò che un monumento si ripromette.

Forse gli Alpini ricordavano che Brescia aveva una tradizione di filantropia adottata in sostituzione dei monumenti classici. Si era iniziato nel 1878, quando tutta Italia erigeva statue, equestri e no, al defunto padre della patria, il re Vittorio Emanuele II. Il consiglio comunale di Brescia decise che il miglior monumento sarebbe stato un complesso di case popolari, che, con un gran portale sul quale era la targa che ricordava il re, sorsero lungo la Via Spalti San Marco. La scelta si era ripetuta nel 1900, quando il regicidio di Monza volle essere parzialmente riscattato da un monumento al re Umberto I. In quella circostanza i Bresciani decisero di sostenere la privata idea di un gruppo di cittadini, volta alla fondazione di un ospedale per i bambini, che fu aperto nel 1902, intitolato al defunto monarca. Proprio a questo ospedale pensarono gli Alpini e all'ampliamento, del quale si discuteva in quel tempo, della sua sede di Via San Rocchino. Pensarono, audacemente, gli Alpini di poter offrire quella sede e di poterla loro costruire, con le loro mani. Discussero della proposta con i responsabili dell'ospedale pediatrico, ricevendo una considerazione tiepida e colma di sufficienza e scetticismo incredulo. L'amico Silvio Pelizzari, socio dell' Ana di Brescia e già apparso in questa vicenda, si fece tramite e autore di una proposta: "So che state cercando di materializzare un'idea per celebrare il quarantesimo di Nikolajewka. So anche che la Cooperativa dell' Aias e Uildm, per l'aiuto agli spastici e miodistrofici, fatica a pensare ad un futuro per la costruzione della sua nuova sede. Perché non fate incontrare i vostri progetti?".

Dopo una riunione del 12 febbraio del 1982, nella quale Alessandro Rossi presentava la rosa delle proposte, fra le quali già rientrava quella della sede della cooperativa, il tre aprile del 1982, mentre il progetto era sul tavolo dell'ingegnere, si svolse una riunione fra Albino De Tavonatti, Gerolamo Treccani, Aldo Facella, Silvio Pelizzari, Giancarlo Faroni e Barbara Maggini, nella quale, dal progettista, fu presentato il disegno dell'edificio per la scuola di mestieri per spastici e miodistrofici. Gli Alpini si proponevano per la realizzazione del solo primo lotto e solo per il piano terra, che riduceva l'incognita della capacità tecnica di procedere ad una costruzione edile. Qualche voce di perplessità, proprio sulla fattibilità tecnico-organizzativa dell' impresa, si levò anche all'interno dell' Ana. Ma la riunione assembleare dei 140 capigruppo, del 15 maggio 1982, alla quale parteciparono anche alcuni assistiti e soci dell' Aias e dell'Uildm, sciolse, nell' emozione e nella commozione di cui grondano le decisioni collettive per un grande fine morale, ogni residua remora e l'incredibile avventura ne prese il volo.

Gerolamo Treccani disse: "Questa realtà inciderà a lettere d'oro nel cuore di tutti i superstiti di Nikolajewka, il ricordo dei Caduti e trasformerà la memoria di un atto di guerra nella speranza di un avvenire di pace", mentre Albino De Tavonatti, sul numero speciale del periodico dell' Ana di Brescia, "Ocio a la pèna" , nel maggio del 1982, scriveva: "La scuola di mestieri per spastici e rniodistrofici è la migliore opera da fare in onore dei Caduti, dei Dispersi, degli Invalidi e di tutti coloro che hanno combattuto sul fronte russo, un'opera che darà di in loro nome, la libertà, l'autonomia di movimento e la gioia di vita a chi attualmente ne è privo". Gli Alpini avrebbero aiutato economicamente la costruzione, ma, soprattutto, si dichiaravano intenzionati a costruire essi stessi l'edificio. Era una prospettiva gravida di rischi e di problemi, ma gli Alpini non si lasciarono impressionare. La loro rete di rapporti, il favore con il quale la cittadinanza guardava all' iniziativa, l'aiuto divulgatore e collettore di offerte del "Giornale di Brescia" consentirono di superare infinite difficoltà. Il primo escavatore e i primi autocarri, per lo scoticamento del terreno, entrarono in azione il 19 giugno del 1982. La concessione edilizia comunale arrivò rincorrendo l'avvio dei lavori e le troppo puntiglio se prescrizioni regionali sulle coperture, prescritte in rame, furono prontamente accantonate. Nessuno osava ostacolare la macchina del miracolo. La formula amministrativa e giuridica di un cantiere edile aperto non da un'impresa accreditata e autorizzata, nonché sottoposta ai molti obblighi nei rapporti di lavoro, fu possibile facendo appello alla formula dell'autocostruzione, della costruzione in economia in proprio. Gli adempimènti essenziali si basavano su un'assicurazione nei confronti di coloro che lavoravano volontariamente nel cantiere e sulla direzione dei lavori, che fu ovviamente affidata alla pur sempre gratuita disponibilità dell'ingegner Giancarlo Faroni, coadiuvato da un geometra professionista, Giampiero Cerutti. Gli Alpini avevano in cassa quaranta milioni di lire, che furono messi a disposizione del lavoro, mentre si organizzavano meticolosi turni di presenza, con la prospettiva di coinvolgere anche le altre due sezioni dell' Ana bresciana, la "Va1camonica" e la "Montesuello", del territorio gravitante su Salò, il che sarebbe avvenuto. L'appello era a tutti coloro che potessero offrire un aiuto. Il Collegio dei costruttori edili bresciani, oltre a contribuire in proprio, attivò i suoi associati e molti risposero, come le ditte Riva e Parzani, la Spalenza, l'impresa dell'Alpino Bolpagni, dei Braga, mettendo a disposizione autocarri, escavatori, una gru, una betoniera. I De Miranda, dell'acciaieria Ori Martin, donarono le costose barre d'acciaio per tutte le strutture in cemento armato. Il timore era che non si potesse garantire una continuità di presenze di volontari sul cantiere, che, ovviamente, vedeva persino un eccesso di persone durante il week-end, ma rischiava di soffrire carenze negli altri giorni della settimana. Invece tutto andò per il meglio, grazie alla cocciuta responsabilità e alla buona volontà fattiva di ognuno, al serio puntiglio e alla totale disponibilità di tutti, come il presidente Ferruccio Panazza, come il geometra Walter Platto, come Franco Pezzi, come l'attuale presidente dell' Ana di Brescia, Alessandro Rossi, come Savino Loda, che, da solo, in una notte, costruì un ponticello in cemento armato sul canale Celato, per sostituire la precedente e malferma passerella in legno, come Franco Lavagnini e come il primo, efficientissimo e generosissimo capo-cantiere. Martino Timelli. che volle incastonarsi nella storia degli Alpini, che cadevano, nel pieno dell'azione, sul campo. Colto da ictus mentre, ancora una volta, soprintendeva al cantiere, fu ricoverato urgentemente nel vicino ospedale, dove presto morì, nella piccola gloria di un Alpino che si dà al prossimo, in tempo di pace.

 

Le fondamenta

 

Il cantiere era spesso anomalo, per eccesso di presenze, raggiungendosi talora anche il numero di 140 persone contemporanee: quasi un cantiere medievale per la costruzione di una cattedrale gotica. Riusciva difficile trovare lavoro per tutti, anche se, spesso, per accelerare i tempi, le mattonelle e i sacchi di cemento si preferiva portarli a spalle, anziché con la gru. Nell'attività costruttiva e di raccolta di materiali e mezzi, furono coinvolte anche le altre due sezioni Ana della provincia, la "Va1camonica" e la "Montesuello". Le offerte di partecipazione al lavoro provennero da mezza Italia. Alpini da Gemona e da Bergamo furono presenti nel cantiere bresciano e otto giovani Alpini di leva, del secondo battaglione del Genio Alpino "Iseo", di stanza a Bolzano, accompagnati dal loro cappellano Roberto Anhof, impiegarono nel lavoro di Brescia una settimana della loro licenza. La baracca della mensa era stata eretta accanto al dormitorio e all'ufficio da campo della direzione del cantiere, mentre la piscina dell'Ussl, ancora informe e in via di costruzione, offriva riparo per varie necessità.

Spesso gli Alpini giungevano sul cantiere con i loro attrezzi personali, per un lavoro che si svolgeva dalle sei del mattino alle nove della sera, sette giorni su sette di ogni settimana, anche per tutta l'estate. Le vacanze erano fatte apposta per lavorare di più. L'obiettivo era di finire la costruzione dell'edificio entro la data del quarantesimo anniversario della battaglia di Nikolajewka, anche se da più parti si consigliava di smorzare le aspettative. Nel gennaio del 1983 solo una parte dell'edificio sarebbe stata ultimata. Si parlava sempre, comunque, del solo primo lotto di mille metri quadrati e solo del piano terra. Per la preparazione più specialistica dei materiali di base furono assunti tre professionisti: un carpentiere e due muratori. I momenti di sconforto non mancarono, ma la forza di un meditato ottimismo prevalse sempre, e, anzi, l'ambizione di fare di più del previsto si faceva strada, in chi non ama ammettere inefficienze e disdegna di lasciare le cose a metà. Il cinque ottobre del 1982 l'associazione di Brescia degli Alpini decise che si sarebbe andati oltre. I piani superiori, la cui costruzione era stata scartata, nella convinzione che le difficoltà tecniche non sarebbero state alla portata dei dilettanti dell'edilizia, furono posti anch'essi nel mirino della conquista. L'euforia della grande impresa, che, pur nel suo contrario, tanto assomigliava all'impegno eccitato e corale per le grandi azioni di guerra, non lasciava più spazio a timidezze o tentennamenti. A fine agosto la costruzione era già alla prima soletta, quando le ore lavorative erano state 8.958 e la somma di denaro raccolta ammontava a quasi venticinque milioni di lire. La banca Cassa di risparmio delle province lombarde donò all'iniziativa in corso quattrocento milioni di lire, mentre la raccolta delle offerte della popolazione bresciana, tramite la campagna indetta dal "Giornale di Brescia", portò ad una raccolta di circa mezzo miliardo di lire. Per l'immensa dedizione, gli Alpini bresciani ricevettero, in quel 1982, il Premio Fraternità, istituito in Brescia a ricordo del giornalista Bruno Marini. Il 22 gennaio del 1983, data fissata per la celebrazione del quarantesimo anniversario della battaglia di Nikolajewka, i primi due lotti del fabbricato erano pronti, anche se non subito abitabili. La sede della cooperativa di mestieri per spastici e miodistrofici fu inaugurata, presenti migliaia di Alpini provenienti da tutta l'Italia, i rappresentanti della cooperativa e i sostenitori, i cittadini bresciani e le autorità civili e religiose, fra le quali il Padre Filippino Carlo Manziana, vescovo di Crema, erede di Padre Pifferetti nel rapporto fra quella congregazione e il gruppo della scuola per handicappati. Beppe Frau fece solo in tempo a sapere della conclusione di quell'impresa che materializzava anche il suo sogno. Il 14 febbraio successivo, all'età di 52 anni, chiudeva la sua vita.

 

Inaugurazione

 

……………

Nel febbraio del 1983, dopo la festa e le gratificazioni per lo straordinario risultato raggiunto, il lavoro degli Alpini proseguiva, perché essi avevano deciso di procedere alla costruzione anche del terzo lotto, la porzione di fabbricato più a nord, la parte superiore, per intenderci, di quella G che la planimetria evocava. La macchina, che si poteva credere restasse in movimento solo sulla scorta dello slancio iniziale, riprese il suo movimento, anche nel clima di un minor stupore dell'opinione pubblica, che rapidamente si assuefà anche all'eccezione. I metri quadri coperti andavano quindi assumendo l'entità di 2.900, contro i 1.000 previsti all'inizio. Nel giugno del 1983 le ore lavorate avevano raggiunto la quota 42.817, per un totale di 5.302 giornate. Le offerte raccolte ammontavano ormai a duecento milioni, ma le spese avevano già assorbito 160 milioni di lire.

…………….

I lavori edili per il completamento della nuova sede proseguivano e si voleva assolutamente che l'edificio fosse pronto e consegnabile per la data della nuova celebrazione della battaglia di Nikolajewka, fissata per il 22 gennaio del 1984. Dal 3 luglio del 1982 al 20 novembre del 1983 avevano preso parte al lavoro di cantiere 2.348 Alpini volontari, per un totale di 63.171 ore e 7.768 giornate di lavoro. Alla fine dell'impresa gli Alpini avevano messo a disposizione dell'operazione, oltre alloro lavoro, 300 milioni di lire raccolte fra i loro iscritti. Il valore stimato dell'edificio costruito fu di circa tre miliardi di lire.

La via di accesso alla sede della cooperativa fu, in seguito, dal comune di Brescia intitolata a Nikolajewka, cosicché si perdevano i vecchi indirizzi di Via Ambaraga e di Via Calamandrei, per giungere ad una sintesi di forte apologia di quell'evento tragico, apologia che fu coronata dalla decisione dell'assemblea straordinaria della cooperativa di intitolare la cooperativa stessa a Nikolajewka. Il 22 gennaio, con una cerimonia non meno sentita e partecipata di quello dell'anno precedente, la scuola era consegnata dagli Alpini alla Cooperativa scuola di mestieri per spastici e miodistrofici. Molte delle finiture dovevano ancora essere completate, tanto che nel luglio del 1985 solo due dei 14 monolocali di residenza erano stati attrezzati. Un Alpino, Savino Loda, entrava, nel luglio del 1984, come socio nella cooperativa, in rappresentanza della sua categoria. La grande targa in bronzo, posta nell'atrio della nuova sede, che evoca la vicenda bellica degli Alpini in Russia, fissava nel metallo il sigillo di un' avventura etica che resterà per sempre nella storia bresciana.

 

Targa di Bronzo

 

Il trasferimento dei laboratori nella nuova sede avvenne nel settembre del 1984.

 

Il testo e le fotografie sono tratte, per gentile concessione dell’Autore, dal libro:

La cooperativa “Nikolajewka” di Brescia  - Un quarto di secolo al servizio dei disabili

di Franco Robecchi

edito nel 2003 dalla Compagnia della Stampa  - Massetti Rodella Editori

 


 Stampa   

 Cooperativa

  

Copyright (c) 2000-2007   Condizioni d'Uso  Dichiarazione per la Privacy
DotNetNuke® is copyright 2002-2012 by DotNetNuke Corporation